KAPI
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di Katia Barcella
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Kapi osservava le persone passare
frettolosamente. Sembravano tante formichine operose. Nessuno badava a lui.
Ne era contento. Avrebbe voluto scomparire. Stava lì, seduto per terra
in angolo buio dei sottopassaggi della stazione, da più di due ore.
Non sapeva nemmeno come e perché fosse giunto là, dopo aver
vagato per un tempo interminabile attraverso le strade di quella città
di cui si era innamorato fin dal primo momento in cui aveva respirato la sua
aria, pieno di sogni e di speranze, e che continuava ad amare tuttora che
la realtà aveva mandato in frantumi tutte le sue grandi e piccole ambizioni.
Era stanco, sporco, affamato. Dentro di sé sapeva che non avrebbe potuto
rimanere lì per sempre, che doveva alzarsi e ricominciare a lottare,
perché la vita è una continua sfida e arrendersi vuol dire rimanere
a terra sconfitti, senza possibilità di rivincita. Eppure non si sarebbe
mosso di lì per nulla al mondo. Il calore che proveniva da una tubatura
vicina lo confortava, gli ricordava le tiepide mura domestiche, lontane e
irraggiungibili. No, non si sarebbe alzato. Non voleva ritornare a camminare
per le strade fredde e buie, senza sapere dove andare e senza aspettative
per il futuro. Soprattutto, nello stato d'animo in cui si trovava, non voleva
sentire addosso a sé, sui suoi capelli arruffati, sui suoi vestiti
sporchi, sulla sua pelle nera, gli sguardi d'odio ingiustificato e di commiserazione
gratuita. In quei mesi trascorsi a Roma aveva sopportato la fame, il gelo,
la fatica, ma non era mai riuscito ad abituarsi a quegli sguardi. Lo facevano
sentire debole e indifeso, lo facevano sentire inferiore. Ma lui non era peggiore
di nessuno di loro. Aveva una laurea in medicina, parlava correttamente tre
lingue e, a migliaia di chilometri di distanza, una moglie stupenda e tre
bambini dolcissimi lo stavano aspettando con fiducia. Forse non li avrebbe
mai rivisti.
Non riusciva a credere che appena un anno prima si trovava a casa, aveva un
ottimo lavoro, pensava di poter vivere felicemente il resto della sua vita.
Eppure, in così poco tempo, tutto ciò che faticosamente era
riuscito a costruire gli era crollato addosso. L'ambulatorio per cui lavorava
era stato chiuso e, per mantenere la sua famiglia, aveva dovuto accontentarsi
di fare l'operaio per la costruzione di una diga, attività che ormai
da diversi anni occupava la maggior parte degli uomini della sua cittadina.
Alla soprintendenza ai lavori erano preposti architetti, ingegneri, e geometri
italiani. Kapi era rimasto affascinato da loro; affascinato dal loro modo
di parlare, di muoversi, dai loro vestiti; affascinato, soprattutto, dai loro
racconti di un paese diverso, ricco, libero, moderno. Aveva cominciato a sognare
che lì, lontano dalla povertà, dalle guerre civili, dai massacri
politici, dalle leggi dittatoriali, c'era un posto anche per lui...
E adesso, buttato lì come un cane, ripensando a tutte le speranze con
le quali aveva lasciato la sua casa, rifletté amaramente che quell'angolino
buio, riscaldato, era forse il posto migliore che fosse riuscito a trovare.
Non gli era stata offerta alcuna opportunità. Aveva perso la partita
senza nemmeno cominciare a giocarla. Aveva preso coscienza di ciò soltanto
poche ore prima. E gli aveva fatto male, più del sasso che lo aveva
colpito alla schiena, lanciato da un gruppo di ragazzini vestiti di nero e
con le teste rasate, che lo chiamavano sporco negro e lo invitavano con frasi
volgari a tornarsene da dove era venuto. Era stata l'umiliazione più
grande della sua vita. Quella pietra, colpendolo violentemente, aveva rotto
qualcosa dentro di lui, mandato in frantumi tutte le illusioni che fino a
quel momento lo avevano sostenuto, gli avevano dato la forza di continuare
a sperare. Si, forse era veramente di troppo lì, soltanto un ostacolo
al sistema produttivo in cui non era riuscito ad integrarsi.
Ancora una volta ripensò con nostalgia alla sua casa. Quanto avrebbe
voluto essere lì, vicino alle persone che gli volevano bene! Aveva
bisogno delle loro carezze, delle ore trascorse tutti insieme, inventando
qualche gioco nuovo, delle loro chiacchiere e delle risate argentine. Da tanto
tempo, troppo, non vedeva un volto amico, non riceveva un gesto né
una parola di conforto sincero. Aveva bisogno della sua famiglia. Ma non poteva
ritornare da loro in quelle condizioni. Si vergognava di se stesso. Era partito
nonostante tutti gli dicessero di non farlo, nonostante tutti cercassero di
convincerlo che quel mondo felice che la sua testa aveva costruito esisteva
soltanto dentro di lui. Inoltre, aveva scritto alla moglie di aver trovato
un buon posto, di essere impegnato ad organizzarsi in modo che presto lei
e i loro bambini avrebbero potuto raggiungerlo. Come tornare e metterli di
fronte al fatto che la persona in cui confidavano di più aveva fallito?
Ma non erano solo i loro giudizi a spaventarlo. Lo terrorizzava la consapevolezza
di aver perso tutti i suoi risparmi, la certezza di non poter avere altre
opportunità, la prospettiva di un futuro di miseria, di cui lui solo
era il responsabile. No, non sarebbe ritornato a casa in quelle condizioni.
Meglio rimanere lì, così, ripensando ai momenti migliori della
sua vita, a ciò che aveva buttato via per inseguire un sogno. Meglio
rimanere lì, così, in attesa che la morte giungesse ad impadronirsi
delle sue membra intirizzite, a chiudere i suoi occhi stanchi per trascinarlo
in un sonno senza fine. Si coprì il volto con le mani. E rimase in
attesa che giungesse finalmente la fine delle sofferenze, del dolore, delle
umiliazioni.
Non avrebbe saputo dire per quanto
tempo fosse rimasto così, immerso in una specie di torpore, senza sensazioni
e senza pensieri. Venne riscosso da alcune grida che provenivano da un punto
poco distante da lui. Non gli ci volle molto per comprendere cosa stava succedendo.
Un ragazzo con un cappello calato sugli occhi aveva strappato la borsa ad
una signora di mezza età, ed ora scappava nella sua direzione, convinto
che da quella parte non ci fosse nessuno. Kapi si raggomitolò ancora
di più nel suo angolino, pregando che lo scippatore non riuscisse a
vederlo; quando fu a pochi passi da lui, fece un balzo ed uscì dal
suo nascondiglio, riuscendo a strappargli di mano il maltolto. Il giovane
rimase così sorpreso che per un attimo non riuscì a muoversi
poi, temendo che quel negro guastafeste volesse anche catturarlo per consegnarlo
alle autorità, decise che era meglio rinunciare alla refurtiva e scappò
a mani vuote. La donna, che aveva assistito alla scena a debita distanza,
lo squadrò con diffidenza; solo quando fu certa delle sue buone intenzioni
si avvicinò. Senza neanche ringraziarlo, prese dal portafogli una banconota
di grosso taglio e gliela porse. Kapi non la prese. Un torrente di parole
uscì dalle sue labbra, parole che da tanto tempo echeggiavano dentro
di lui senza che riuscisse a pronunciarle. "Non ho bisogno del vostro
denaro - gridò - né della compassione di nessuno. Sono un medico,
un professionista. Non voglio la vostra elemosina". Ma si pentì
subito del suo sfogo ingiustificato e aggiunse con tono remissivo: "Mi
scusi, ma non sto vivendo un buon momento". La donna forse comprese di
aver avuto un atteggiamento sbagliato, e volle in qualche modo rimediare,
nonostante la diffidenza fosse più forte della gratitudine. Prese un
bigliettino, lo avvolse nella banconota, glielo mise in mano e se ne andò
in fretta.
Kapi tornò a sedersi. Chiuse il pugno. Lo riaprì. Un cartoncino
cadde e finì sul pavimento; si trattava di un biglietto da visita.
Lo raccolse. Si rialzò. Mentre si allontanava dalla stazione si toccò
d'istinto il punto in cui lo aveva colpito la pietra; si era formato un livido
e gli faceva male. Ma forse si era sbagliato. Forse, nonostante l'ignoranza
e i pregiudizi della gente, poteva ancora sperare.