Era
il millenovecentosessantasette quando iniziai il terzo anno all’istituto
tecnico industriale Gian Lorenzo Bernini. Un anno particolare, che
introduceva il magico periodo del ‘68, una data straordinaria
che lascerà segni indelebili sul mondo. In Italia i movimenti
di protesta giovanili maturarono con un po' di ritardo rispetto
ad altre nazioni, ma sempre in tempo perché '
Erano i giorni in cui cominciavo a guardare le donne in maniera
diversa e ad avere le prime vere esperienze con le ragazze. Avevo
già avuto dei flirt prima di allora; ancora recente era la
cotta per Pina, una ragazza di Terracina di cui non ricordo più
neanche il volto. Mi viene in mente solo il motivo che aveva accompagnato
i nostri primi baci: Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà…
Eppure era finito Luglio, e poi anche Agosto e Settembre: non la
vidi più. Non so perché mi innamorai di lei, non era
particolarmente bella, anzi, a ripensarci adesso lei non si avvicinava
neanche alle altre belle ragazze che avrebbero segnato in qualche
modo la mia vita. Forse il fascino che aveva esercitato su di me
era dovuto più alla sua maturità e al suo carattere
che alle sue doti fisiche; infatti, pur avendo quindici anni, aveva
già lasciato la scuola per aiutare la famiglia, lavorando
in un negozio di parrucchiera. Era l’unica persona mia coetanea
che avesse fatto una scelta così importante. Tutti gli altri
ragazzi che conoscevo, me compreso, vivevano senza alcun pensiero
a carico della propria famiglia, senza pensare ai grandi sacrifici
che i genitori facevano per loro, per costruirgli un futuro migliore
di quello che essi avevano già vissuto. Nei miei ricordi
quella ragazza è rimasta solo come una fugace chimera, che
ha attraversato per un solo istante la mia vita.
Arrivò Ottobre e con esso l’inizio della scuola. Una
piacevole giornata di sole teneva ancora lontani i freddi invernali.
Il cielo sereno, sgombro di nubi, sembrava augurarmi la stessa sua
serenità. Portavo i capelli leggermente lunghi, tagliati
alla paggetto, come imponeva la moda del momento, ad emulazione
dei componenti del celebre quartetto di Liverpool: The Beatles.
Che lotta in famiglia per portare i capelli in quel modo! Da femminuccia,
era l’appellativo meno pesante pronunciato dalle persone più
anziane. Vestivo con camicette rosa, jeans scampanati di colore
celeste chiaro e portavo i primi occhiali da sole del tipo Rayban.
Era tutto entusiasmante. Mi sentivo grande.
Il terzo anno dell’istituto industriale era una fase topica
del corso di studi, poiché si lasciavano molte materie generiche
per passare a quelle della specializzazione. Capii ben presto che
il triennio finale sarebbe stato molto più difficile dei
due anni precedenti; i professori erano meno comprensivi e avevano
maggiori pretese. Spesso ci rinfacciavano che la scuola frequentata
in precedenza non ci aveva fornito le basi per lo studio professionale,
che loro avrebbero fatto una vera selezione e, per dimostrarlo,
ci giudicavano con grande severità: fioccavano voti come
tre, quattro, e solo se ci andava bene riuscivamo a strappare qualche
cinque.
Certo non era la scuola dei tempi di mio padre, quando il professore
era autorizzato anche a fare ricorso alle maniere forti e alle punizioni
corporali, ma ci andava molto vicina. Cominciai a rimpiangere i
miei vecchi professori dell’Armellini, l’istituto dove
avevo frequentato il biennio, molto più umani e comprensivi
di quelli appena trovati.
Per un breve periodo giunsi a pensare di aver sbagliato la scelta
del corso di specializzazione in chimica industriale e che forse,
se fossi rimasto nel mio vecchio istituto, lo studio sarebbe stato
meno gravoso. Rimpiangevo, in particolare, il vecchio professore
di Aggiustaggio, un uomo che oltre ad insegnare la sua materia sapeva
parlare con i ragazzi, discutere di sport, conversare di donne o
dei vincitori dell’ultimo Sanremo.
Oltre ai professori e ai loro insegnamenti, rimpiangevo gli amici
che avevo lasciato e persino i bidelli brontoloni, ma soprattutto
quello che più mi mancava, che avevo ormai lasciato per sempre,
era il me stesso ragazzo che stava diventando un uomo.
*
* *
Avevo
passato un’estate indimenticabile con la mia prima vera ragazza
e sentivo ancora nella testa le note della canzone All You Need
Is Love:
Love, love, love…
Iniziava
con queste tre parole molto significative per la mia età.
Amore, amore, amore… Solo chi aveva appena imparato a conoscerlo
poteva capirne la necessità. Ti entrava dentro come una droga.
Io lo avevo appena assaporato, ma mi era bastato per capire che
non ne avrei potuto più fare a meno.
All
you need is love, all you need is love.
All you need is love, love, love is all you need.
Amore
era tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Quell’indimenticabile
motivo dei Beatles aveva accompagnato il nostro amore per tutta
quella estate.
Anche quel giorno caldo di ottobre stavo pensando a lei. Volevo
scappare da quell’aula, da quello spazio claustrofobico, per
correre dal mio amore. Invece, come in una prigione, ero chiuso
da quelle quattro mura ed ero costretto, volente o nolente, ad ascoltare
il professore di italiano che, con la sua voce baritonale, iniziava
l’appello:
“Antinori.”
“Presente.” rispose il mio compagno di banco.
“Attiliano.”
“Eccome professo’.”
“Attiliano, qui in questa aula si deve rispondere solo ‘presente’.
Specialmente quando ci sono io evitate di parlare in dialetto, visto
la materia che debbo insegnare anche ai somari come te. La prossima
volta che ti sento rispondere in quel modo ti metto una nota sul
registro, e ti spedisco in presidenza”
... continua