Incipit del libro "Tre nel sessantotto"

di Antonio Barcella

Era il millenovecentosessantasette quando iniziai il terzo anno all’istituto tecnico industriale Gian Lorenzo Bernini. Un anno particolare, che introduceva il magico periodo del ‘68, una data straordinaria che lascerà segni indelebili sul mondo. In Italia i movimenti di protesta giovanili maturarono con un po' di ritardo rispetto ad altre nazioni, ma sempre in tempo perché '
Erano i giorni in cui cominciavo a guardare le donne in maniera diversa e ad avere le prime vere esperienze con le ragazze. Avevo già avuto dei flirt prima di allora; ancora recente era la cotta per Pina, una ragazza di Terracina di cui non ricordo più neanche il volto. Mi viene in mente solo il motivo che aveva accompagnato i nostri primi baci: Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà… Eppure era finito Luglio, e poi anche Agosto e Settembre: non la vidi più. Non so perché mi innamorai di lei, non era particolarmente bella, anzi, a ripensarci adesso lei non si avvicinava neanche alle altre belle ragazze che avrebbero segnato in qualche modo la mia vita. Forse il fascino che aveva esercitato su di me era dovuto più alla sua maturità e al suo carattere che alle sue doti fisiche; infatti, pur avendo quindici anni, aveva già lasciato la scuola per aiutare la famiglia, lavorando in un negozio di parrucchiera. Era l’unica persona mia coetanea che avesse fatto una scelta così importante. Tutti gli altri ragazzi che conoscevo, me compreso, vivevano senza alcun pensiero a carico della propria famiglia, senza pensare ai grandi sacrifici che i genitori facevano per loro, per costruirgli un futuro migliore di quello che essi avevano già vissuto. Nei miei ricordi quella ragazza è rimasta solo come una fugace chimera, che ha attraversato per un solo istante la mia vita.
Arrivò Ottobre e con esso l’inizio della scuola. Una piacevole giornata di sole teneva ancora lontani i freddi invernali. Il cielo sereno, sgombro di nubi, sembrava augurarmi la stessa sua serenità. Portavo i capelli leggermente lunghi, tagliati alla paggetto, come imponeva la moda del momento, ad emulazione dei componenti del celebre quartetto di Liverpool: The Beatles. Che lotta in famiglia per portare i capelli in quel modo! Da femminuccia, era l’appellativo meno pesante pronunciato dalle persone più anziane. Vestivo con camicette rosa, jeans scampanati di colore celeste chiaro e portavo i primi occhiali da sole del tipo Rayban. Era tutto entusiasmante. Mi sentivo grande.
Il terzo anno dell’istituto industriale era una fase topica del corso di studi, poiché si lasciavano molte materie generiche per passare a quelle della specializzazione. Capii ben presto che il triennio finale sarebbe stato molto più difficile dei due anni precedenti; i professori erano meno comprensivi e avevano maggiori pretese. Spesso ci rinfacciavano che la scuola frequentata in precedenza non ci aveva fornito le basi per lo studio professionale, che loro avrebbero fatto una vera selezione e, per dimostrarlo, ci giudicavano con grande severità: fioccavano voti come tre, quattro, e solo se ci andava bene riuscivamo a strappare qualche cinque.
Certo non era la scuola dei tempi di mio padre, quando il professore era autorizzato anche a fare ricorso alle maniere forti e alle punizioni corporali, ma ci andava molto vicina. Cominciai a rimpiangere i miei vecchi professori dell’Armellini, l’istituto dove avevo frequentato il biennio, molto più umani e comprensivi di quelli appena trovati.
Per un breve periodo giunsi a pensare di aver sbagliato la scelta del corso di specializzazione in chimica industriale e che forse, se fossi rimasto nel mio vecchio istituto, lo studio sarebbe stato meno gravoso. Rimpiangevo, in particolare, il vecchio professore di Aggiustaggio, un uomo che oltre ad insegnare la sua materia sapeva parlare con i ragazzi, discutere di sport, conversare di donne o dei vincitori dell’ultimo Sanremo.
Oltre ai professori e ai loro insegnamenti, rimpiangevo gli amici che avevo lasciato e persino i bidelli brontoloni, ma soprattutto quello che più mi mancava, che avevo ormai lasciato per sempre, era il me stesso ragazzo che stava diventando un uomo.

* * *

Avevo passato un’estate indimenticabile con la mia prima vera ragazza e sentivo ancora nella testa le note della canzone All You Need Is Love:

Love, love, love…

Iniziava con queste tre parole molto significative per la mia età. Amore, amore, amore… Solo chi aveva appena imparato a conoscerlo poteva capirne la necessità. Ti entrava dentro come una droga. Io lo avevo appena assaporato, ma mi era bastato per capire che non ne avrei potuto più fare a meno.

All you need is love, all you need is love.
All you need is love, love, love is all you need.

Amore era tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Quell’indimenticabile motivo dei Beatles aveva accompagnato il nostro amore per tutta quella estate.
Anche quel giorno caldo di ottobre stavo pensando a lei. Volevo scappare da quell’aula, da quello spazio claustrofobico, per correre dal mio amore. Invece, come in una prigione, ero chiuso da quelle quattro mura ed ero costretto, volente o nolente, ad ascoltare il professore di italiano che, con la sua voce baritonale, iniziava l’appello:
“Antinori.”
“Presente.” rispose il mio compagno di banco.
“Attiliano.”
“Eccome professo’.”
“Attiliano, qui in questa aula si deve rispondere solo ‘presente’. Specialmente quando ci sono io evitate di parlare in dialetto, visto la materia che debbo insegnare anche ai somari come te. La prossima volta che ti sento rispondere in quel modo ti metto una nota sul registro, e ti spedisco in presidenza”

... continua

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