Racconto
tratto dal libro “Il Canto del Male”
di Antonio Barcella
Il libro si è classificato al secondo posto del 17° concorso
letterario internazionale Giovanni Gronchi di Pontedera (sezione
romanzi inediti)
Massimo,
il giovane vice commissario della squadra mobile, stava conversando
con il biondo ispettore Carlo Filippi riguardo ai pochi elementi
in loro possesso su un caso di difficile soluzione, quando improvvisamente
alzò gli occhi ed un bel sorriso si stampò sul suo
viso un po’ sorpreso.
“Ciao Andrea, come mai da queste parti?”
“Stavo facendo una commissione qui vicino ed ho pensato di
passare a salutare il mio celebre genitore.”
“Hai fatto benissimo, la tua visita gli farà molto
piacere. Vieni che ti accompagno, stavo andando proprio da lui.”
Andrea era il figlio del commissario Pastore e Massimo, che era
al corrente dei turbolenti rapporti tra padre e figlio, fu molto
meravigliato dalla visita inaspettata del ragazzo. Massimo, oltre
ad essere il miglior poliziotto al servizio di Gianfranco, era anche
il suo migliore amico. Spesso Gianfranco si confidava con lui, o
sarebbe meglio dire si sfogava, per i problemi che aveva in casa
propria, dovuti alla scarsa comunicazione con il figlio, alle difficili
relazioni tra di loro e ai malesseri che il ragazzo stava attraversando.
Chissà perché Massimo in quel momento aveva un presentimento,
una sensazione strana. Sentiva suo malgrado aria di burrasca e non
poteva farci niente. Si accorse subito che il figlio del suo amico
si sentiva a disagio in quell’ambiente e cercò di rasserenarlo,
distogliendolo da quei pensieri che gli avevano oscurato il bel
viso:
“Sei stato a vedere la partita domenica scorsa?”
“No, sono andato da amici in montagna. Abbiamo fatto una braciolata
e bevuto vino buono… ”
“… e scommetto che le donne non mancavano. Comunque
ti sei perso un bella partita: un goal di Cassano e due di Montella.
Una rimonta straordinaria, quando ormai non ci credeva più
nessuno.”
“L’ho vista su Stream. Quando mai ho saltato una partita
della Roma?”.
Bussarono alla porta dell’ufficio del commissario Pastore
ed entrarono. Gianfranco, come al solito, era dietro la sua scrivania
in maniche di camicia, primo bottone slacciato e cravatta allentata,
intento a leggere. La stanza era in penombra, l’unica luce
era quella della lampada posta sopra lo scrittoio attraverso la
quale stava esaminando un mare di cartacce. Cercava di dividere
quelle più importanti da quelle che lo erano meno; su alcune
scriveva alcune note, su altre scribacchiava disposizioni che i
suoi uomini avrebbero poi eseguito. Era talmente assorto che non
si accorse neanche della presenza del figlio.
“Guarda chi ti ho portato?”, disse Massimo prendendo
posto su una delle due sedie davanti alla scrivania ed indicando
l’altra al ragazzo.
“Andrea, cosa ci fai qui? Non dovevi essere all’università?”,
domandò sorpreso Gianfranco.
“Si, ci sono andato, ma mancava il professore di Sistemi e
quindi mi sono liberato presto. Volevo passare in biblioteca per
cercare un testo che mi servirà per preparare l’esame
di Programmazione, poi mi sono detto perché non andare a
trovare papà visto che a casa non riusciamo mai a parlare.
Forse in ufficio è più facile trovare un po’
di tempo per fare due chiacchiere.”
“Non è proprio così.”, si intromise Massimo,
che aveva notato il tono polemico del ragazzo e voleva riportare
il discorso sui giusti binari, “Pensa che a volte è
talmente occupato che io, per parlare con lui, preferisco telefonargli.
Almeno lì è costretto ad ascoltarmi.”
Gianfranco abbandonò l’esame delle carte, si tolse
gli occhiali e scrutò attentamente il figlio per cercare
di capire che cosa avesse in mente:
“Dimmi pure. Debbo preoccuparmi?”
Massimo avvertì che il colloquio stava prendendo una brutta
piega e pensò che dopotutto non erano affari che lo riguardavano.
Fece per alzarsi ma Gianfranco lo trattenne facendogli segno di
sedersi:
“Resta pure seduto, Massimo. Ormai sei quasi uno di famiglia.
Non credo che Andrea debba dirmi niente di riservato … o forse
si?”, disse rivolto al figlio.
“No, stai pure. Quello che debbo dire puoi ascoltarlo tranquillamente
anche tu.”
“Di che si tratta? Sto cominciando ad innervosirmi.”,
domandò il padre mentre una nuova ruga scavava un solco profondo
sul suo viso e il suo stomaco cominciava ad avvertire strani bruciori.
“Non so da che parte cominciare. So già che comunque
tu non sarai d’accordo con le mie decisioni ma sto facendo
una scelta difficile.”
“Parla.”, lo sollecitò il commissario cercando
di interrompere il silenzio che si era creato dopo l’ultima
frase del ragazzo.
“Voglio lasciare l’università.”
Quella frase gettata in faccia al padre come un guanto di sfida,
fece piombare la stanza in un silenzio gelido. Gianfranco accennò
un paio di volte a dire qualcosa, ma il groppo che aveva in gola
impediva alle parole di uscire … poi la tracimazione:
“Che cosa? Ma ti ha dato di volta il cervello?”, tuonò
il commissario il cui viso fu assalito da una colorazione rossa
intensa. Per un attimo Massimo pensò che stesse per esplodere.
“Ecco lo sapevo! Come al solito prendi sempre le cose dal
verso sbagliato. Che cosa te ne frega di quello che desidero io,
delle mie aspirazioni, di come voglio gestire il mio futuro?”
“Ma di quali aspirazioni stai parlando? Mi sembravi entusiasta
quando scegliesti la facoltà di ingegneria per i tuoi studi.
Adesso non capisco che cosa ti abbia fatto cambiare idea!”
“Voglio entrare in polizia.”
“Che cosa? Dimmi che stai scherzando. Questo è veramente
troppo, è intollerabile! Non si possono buttare a mare i
tuoi studi per fare il poliziotto. Ne abbiamo già uno di
troppo in famiglia! Pensa a che cosa direbbe tua madre; già
sopporta molto male i sacrifici che io gli impongo, le lunghe attese,
il pensiero di quello che potrebbe succedermi.”
“Sono sempre io che debbo pensare a tutti. Ciò che
pensano gli altri è sempre più importante di quello
che posso avere in mente io. Nessuno pensa a quello che io voglio
veramente, alle mie aspirazioni. Non conto niente per te, era meglio
se nascevo orfano. Basta! Da adesso in poi penserò solo a
me stesso.”, tuonò Andrea, alzandosi di scatto, facendo
di corsa i pochi passi che lo separavano dall’uscita. Non
rispose ai richiami del padre che lo invitavano a fermarsi ed a
tornare indietro. Uscì sbattendo la porta.
Gianfranco fece un lungo sospiro, poggiò i gomiti sulla scrivania
e posò il capo sulle mani chiuse. Stette alcuni secondi in
quella posizione ripensando alle parole del figlio. Quelle frasi
gli erano penetrate dentro come piccoli pugnali, infliggendo ferite
profonde, fino a raggiungere il cuore, superiori a quelle che potevano
provocare armi comuni. Alzò lentamente la testa e vide Massimo
ancora seduto di fronte a lui:
“Che cosa hai da guardarmi in quel modo? Non ho bisogno della
compassione di nessuno!”
“Credi? Secondo me hai bisogno di qualcuno con cui sfogarti.
Non puoi tenere tutto dentro, rischi l’infarto. E’ in
momenti come questi che c’è bisogno della presenza
di un amico su cui contare. Una persona con cui parlare ad alta
voce come se parlassi a te stesso.”
“Ma hai sentito che cosa ha detto? Sono frasi da dire ad un
padre? Io non mi sarei mai permesso una cosa simile con il mio.
Una volta c’era più rispetto.”
“Lascia perdere il passato, i tempi sono cambiati e le cose
di una volta non torneranno più. Permettimi di ricordarti
che i problemi tra te e tuo figlio non sono nati oggi. Forse oggi
avete fatto un piccolo passo avanti, almeno avete messo alcune carte
in tavola. Se continuate a conservare dentro di voi tutti i risentimenti,
rischiate una vera frattura difficilmente ricomponibile. Dovete
parlare di più tra voi, dovete cercare di capirvi l’uno
con l’altro.”
“Che cosa debbo fare?”
“Veramente pensi di non saperlo oppure vuoi che ti dica io
quello che tu stai già pensando? Dai, che cosa aspetti a
chiamarlo sul cellulare? Devi dirgli di tornare indietro. Che hai
voglia di parlare con lui e soprattutto che vuoi ascoltarlo.”
“Hai ragione.”, asserì il commissario afferrando
il telefono e componendo il numero del figlio. Dopo qualche secondo,
scosse la testa affranto, “Squilla ma non risponde. Avrà
visto sul display che lo sto chiamando io e si rifiuta di parlarmi.
A questo punto non posso proprio fare niente. Per comunicare occorre
che entrambi i terminali siano aperti.”
“Dai andiamo a prendere un caffè al bar, hai bisogno
di prenderti un break”, lo esortò Massimo che non poteva
vederlo in quello stato.
“Si, andiamo. Ne ho proprio bisogno.”
“Lasciami il tempo per fare una telefonata. Ci vediamo tra
due minuti giù al portone, arrivo subito.”
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* *
Il
cielo era plumbeo, ma la pioggia non sembrava imminente: Pochi squarci
di azzurro emergevano dal bianco compatto delle nuvole. La temperatura
era alta per le medie di fine inverno. Nonostante il vento del giorno
prima, che aveva ripulito un poco l’aria del centro di Roma,
si sentivano di nuovo gli odori degli idrocarburi incombusti provenienti
dalle auto bloccate in un ingorgo quasi perenne. L’arrivo
dell’auto di servizio sorprese un po’ Gianfranco:
“Dove stiamo andando? Come mai hai preso la macchina, non
andiamo al solito bar?”
“Fidati di me, conosco un posticino per mangiare proprio niente
male.”
“Per me va bene qualsiasi cosa, mi è passato completamente
l’appetito. Vengo giusto per farti compagnia e per rilassarmi
un po’.”
L’auto di servizio percorse un lungo viale e si immise in
una via molto trafficata. Nessuno dei due aveva voglia di parlare.
Il commissario era assorto nei propri pensieri e continuava a pensare
a quello che era successo, cercando di capire se aveva sbagliato
e dove. Un padre crede di essere sempre nel giusto. Solo quando
è troppo tardi e la situazione è ormai compromessa
si accorge dei tanti errori commessi. Spesso si è anche troppo
orgogliosi per ammetterli e rimediare ai danni fatti. Ma fare il
genitore è il mestiere più difficile che c’è.
A volte bisogna essere camaleontici e mutare l’atteggiamento
in funzione del carattere dei propri figli. Purtroppo non esiste
una guida o un manuale a cui fare riferimento e nessuno insegna
ad essere un genitore. Una cosa è certa, quando un padre
sbaglia lo fa inconsapevolmente. Pensate a quei genitori che hanno
più di un figlio: hanno educato il primo in una certa maniera
e sono orgogliosi dei risultati ottenuti. Sono così convinti
dei propri metodi educativi che cercano di applicarli anche sui
figli successivi, con risultati a volte sconcertanti.
Dopo qualche minuto, Massimo mise la freccia e si accostò
al marciapiede dietro una macchina della polizia che aveva fermato
un ciclomotore per un controllo.
“Andrea!”, esclamò Gianfranco, accorgendosi che
la persona fermata alla guida dello scooter era suo figlio e cogliendo
un sorriso sospetto sul volto dell’amico e collega. Mise subito
in rapporto le due cose e si ricordò della telefonata fatta
poco prima da Massimo:
“Brutto figlio di puttana, sei tu l’artefice di questo?”
“No, ma ti pare che potrei fare una cosa del genere: uso illecito
di beni dello Stato.”, una negazione che valeva una conferma.
Massimo aprì lo sportello, scese dalla macchina e si rivolse
ai due poliziotti:
“Ciao, cosa accade?”
“Niente di particolare, abbiamo fermato questo ragazzo per
alcuni controlli. Pensi che sostiene di essere il figlio del commissario
Pastore.”, riferì il poliziotto più alto in
grado, strizzando l’occhio all’ispettore di polizia.
“Massimo!”, esclamò Andrea, chiaramente risollevato
dalla presenza del conoscente, “E’ un quarto d’ora
che mi tengono fermo qui senza che io abbia fatto infrazioni. Asseriscono
che stanno facendo controlli, ma non fanno altro che guardare i
documenti e girare intorno al motorino.”
“Adesso risolvo tutto io, non ti preoccupare. Anzi facciamo
così, parcheggia il motorino e sali in macchina che andiamo
a prenderci qualcosa al bar del tennis.”
Il ragazzo portò il motorino sul marciapiede, lo accostò
ad un palo e bloccò la ruota dello scooter con una catena.
Si avviò verso l’autovettura scura e, quando vide il
padre, si immobilizzò incerto su che cosa fare. Una lieve
spinta di Massimo sulla sua spalla, lo fece decidere a salire sull’automobile.
Restarono in silenzio fino all’arrivo al bar, presero posto
ad un tavolino posto in disparte e, vista l’ora, ordinarono
bevande e tramezzini.
C’era una strana atmosfera. Gianfranco era chiaramente turbato
e silenzioso, Andrea era sempre sulla difensiva e attendeva l’iniziativa
del padre, Massimo si sentiva forse nella posizione peggiore, preso
tra l’incudine e il martello. Toccava a lui prendere l’iniziativa.
Con l’aiuto dell’amico, padre e figlio riuscirono a
parlare senza alzare la voce, entrambi riuscirono ad essere disponibili
ad ascoltare l’altro e, come generalmente succede quando c’è
buona volontà, riuscirono a chiarire almeno le proprie posizioni.
“Va bene su questo hai ragione. I tuoi studi informatici non
sarebbero comunque buttati, in polizia occorrono sempre persone
che sappiano usare i computer. Ti ricordo però che io ho
dovuto sudare le proverbiali sette camicie per farmi una posizione
in questo ambiente. Sono entrato da semplice poliziotto, superando
un concorso che aveva quasi più posti disponibili dei partecipanti;
in quel periodo nessuno voleva entrare in polizia a causa della
guerra con le Brigate Rosse. Ho fatto la gavetta, cercando di farmi
assegnare i turni di notte, durante i quali avevo la possibilità
di rubare qualche ora per studiare, mentre di giorno potevo seguire
le lezioni all’università. Con molti sacrifici sono
riuscito a laurearmi in giurisprudenza e successivamente a vincere
il concorso a commissario. Pensavo ormai di essere arrivato ad un
traguardo, quando ho capito che dovevo combattere la diffidenza
dei miei capi e dei miei pari grado, i quali continuavano a vedere
in me il poliziotto semplice a cui assegnare gli incarichi che gli
altri rifiutavano. Per me quello è stato il periodo più
umiliante. Con il lavoro e con il coraggio ho fatto ricredere tutti,
ma non è stato facile.”, Gianfranco interruppe il discorso
con una lunga pausa. Un profondo sospiro gli permise di liberare
quel groppo che gli stava chiudendo la gola. Riemerse dai suoi ricordi
e con un goccio di aperitivo cercò di allontanare l’inquietudine
che lo stava assalendo. ”Mi devi promettere una cosa: che
cercherai in tutti i modi di terminare i tuoi studi…”
“Questo non è un problema.”, rispose il ragazzo,
con un lieve sorriso agli angoli della bocca, pregustando il sapore
agrodolce della vittoria.
“… e che prima di prendere una decisione definitiva,
ti sottoporrai ad una specie di prova. Vorrei affiancarti a Massimo
per qualche giorno, lo seguirai nel suo lavoro come un vero poliziotto.
Solo al termine di questo test mi dirai, con tutta sincerità,
se avrai ancora voglia di fare questo mestiere. Spesso dall’esterno
si ha una visione distorta del nostro lavoro, si pensa a chissà
quali avventure, quando in realtà svolgiamo per lo più
normale e noiosa routine o servizi pesanti con stipendi miserevoli.”
“Credo di conoscere bene che cos’è il lavoro
in Polizia. Ti rivelo un segreto: in casa mia abita un poliziotto.”,
scherzò il giovane rampollo, “Vedrai che non riuscirai
a farmi cambiare idea. Voglio fare qualche cosa per gli altri, voglio
rendermi utile, ho bisogno di sentirmi importante per me stesso
e per il mondo.”
Gianfranco, per un attimo, rivide nel figlio la stessa passione
che aveva lui alla sua età, con la stessa voglia di conquistare
il mondo. “Gli passerà!”, commentò dentro
di se.
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* *
Il giorno seguente, dopo aver affrontato una serataccia con la moglie
e l’ennesima notte passata in bianco a causa del magone che
aveva dentro, arrivò in ufficio in compagnia del figlio.
Andrea andò direttamente nell’ufficio di Massimo e
si impadronì del suo computer, in attesa dell’azione.
Gianfranco si immerse come al solito nell’esame delle sue
carte, in gran parte rapporti e segnalazioni degli avvenimenti della
notte. Dopo qualche minuto mandò a chiamare Massimo. Il vice
commissario entrò nella stanza e mentre prendeva posto aspirò
la sigaretta, che involontariamente aveva lasciato accesa.
“Spegni quella maledetta sigaretta.”, brontolò
Gianfranco. Quella del fumo era proprio una battaglia dura da vincere.
Negli anni era riuscito almeno a limitare i danni con alcune disposizioni
mirate, che limitavano il fumo solo ad alcuni locali. Le chiamava
zone di avvelenamento. Cercava di salvaguardare i diritti di chi
non fumava. Ognuno è libero di maltrattare se stesso come
gli pare, ma attraverso il fumo passivo, si arreca danno agli altri.
Tutti dovrebbero ricordare che la tua libertà finisce dove
comincia la mia.
“Scusa, ero soprappensiero. Non mi sono ricordato di buttarla.”
“No, non ti preoccupare. Continuate pure tutti a fumare, altrimenti
lo stato ci aumenta le tasse. Ma fatelo fuori da questa stanza.
Ognuno è libero di uccidersi come vuole.”
“Giornataccia!”
“E che cosa pensavi, dopo quello che è successo ieri?”
“Oggi è un altro giorno. Non puoi continuare a rimuginare
sempre sulle cose che non vanno come vorresti. Il tuo stomaco è
già sottosopra alle nove di mattina.”
“Hai ragione, debbo calmarmi. Ma parliamo di lavoro almeno
mi distraggo un po’. Il Questore ci ha incaricato di indagare
su alcune strane segnalazioni, giunte ai commissariati di mezza
città. Sembra che questa notte un misterioso fantasma si
sia messo a scorrazzare per Roma, facendosi vedere in vari luoghi.”
“Opera di qualche burlone notturno.”, asserì
Massimo, cercando già di chiudere l’indagine prima
ancora di averla iniziata.
“Procurato allarme o forse miraggi collettivi. Ma stando al
numero di segnalazioni, dobbiamo prendere seriamente in esame il
problema, prima che si scateni la stampa e crei anche su questa
città un mistero tipo Lock Ness. Non vorrei che la mia città
fosse invasa da turisti dell’occulto. Roma ha già tanto
da mostrare al mondo che non ha bisogno di spettri o spiriti che
appaiono e scompaiono a loro piacimento.”
“Perché non mandiamo gli ispettori Filippi e Seppia?
Mi sembrano perfettamente in grado di svolgere questo tipo di inchiesta.”
“Mi sembra il caso adatto da mostrare a mio figlio. Senza
cadaveri in giro e senza pericoli apparenti. Non sei d’accordo
con me?”
“Certo, da questo punto di vista non posso che concordare.”
“Tieni, queste sono le segnalazioni. Interroga tutti i testimoni
e fammi avere un dettagliato rapporto per questa sera.”
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* *
“Lascia perdere quel computer. Andiamo si entra in azione.”,
disse Massimo rivolto ad Andrea.
“Dove si va?”
“A caccia di fantasmi.”
Una risata di cuore assalì Andrea pensando che l’amico
stesse scherzando.
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* *
La macchina di servizio arrivò a Trastevere. Il quartiere
profumava degli odori provenienti dai numerosi ristoranti e cucine
caserecce, occupati alla preparazione di gustosi manicaretti, che
avrebbero poi servito per il pranzo agli avventori. La strada era
affollata di turisti alla ricerca del ricordino curioso o in visita
a botteghe artigianali, dove ancora si praticavo mestieri ormai
quasi scomparsi.
Entrarono in un portone buio e salirono una scala angusta con il
corrimano di ferro. Era inutile cercare l’ascensore in quell’edificio;
come in tutte le altre vetuste abitazioni del quartiere era un’apparecchiatura
praticamente inesistente. Il pavimento era composto di vecchie mattonelle
grigie che si muovevano sotto i piedi.
Massimo bussò alla vecchia porta quasi completamente sverniciata
e logorata in più parti. Nessuna risposta provenne dall’interno.
Il poliziotto bussò ancora più forte e finalmente
si sentì del movimento: passi pesanti in avvicinamento. Dopo
qualche attimo di attesa la porta venne aperta ed un uomo anziano
con una barba lunga e non curata, con il volto assonnato, si affacciò
sul mezzanino.
“Buongiorno, polizia. Cerchiamo il signor Antonio Gorrini.”
“Sono io. Ma che succede?”, rispose l’uomo cercando
di capire cosa ci facesse la polizia in casa sua e che cosa potesse
aver combinato.
“Siamo qui per la sua segnalazione di questa notte.”
L’uomo aggrottò la fronte come per ricordare, alla
fine un piccolo barlume rilassò le pesanti rughe del viso.
Fece cenno a Massimo e Andrea di accomodarsi nella casa. Non poterono
fare a meno di arricciare il naso per l’olezzo che proveniva
dall’unica stanza dell’appartamento. Il gabinetto, come
in molte delle vecchie case di quella zona, era stato ricavato da
un angolo del balcone. Sopra il vecchio tavolo di marmo bianco c’erano
alcuni piatti sporchi, con i rimasugli della cena della sera precedente,
ed un fiasco di chianti vuoto. Alcuni insetti stavano cercando di
spartirsi le briciole sparse sul pavimento.
L’uomo fece cenno ai due di accomodarsi sulle uniche due sedie
di paglia unte e consumate. I due amici rifiutarono cortesemente
l’invito, preferendo restare in piedi.
“Ci tratteniamo solo per pochi minuti. Vorremmo sapere l’effettivo
svolgimento dei fatti da lei denunciati. Le farò qualche
domanda per chiarire alcuni punti.”
“Sono ancora sconvolto per lo spavento. E’ la prima
volta che mi capita una cosa del genere.”
“Ci racconti.”, lo esortò il poliziotto.
“Ieri notte non riuscivo a prendere sonno, avevo un gran mal
di testa. Io soffro un po’ di insonnia.”, raccontò
l’uomo. Massimo non poté fare a meno di guardare il
fiasco vuoto sul tavolo, “Dopo essermi girato più volte
nel letto, ho deciso di uscire a prendere una boccata d’aria.
Ho vagato un po’ nelle strade di Trastevere, quando nei pressi
del teatro Belli, ho visto uscire una donna stupenda. Era talmente
bella nel suo vestito di seta verde, che non sembrava vera. L’abito
aveva un taglio strano per questi tempi; sembrava uscito da un film
del secolo scorso. Aveva intorno a lei una specie di luminosità
…”
“Come un aurea.”
“Si una luminescenza quasi impercettibile. Poi mi sono accorto
che non camminava ma fluttuava a qualche centimetro da terra. Mi
sono spaventato e sono quasi svenuto.”
“E’ certo di aver visto un fantasma? Non aveva, per
caso, alzato leggermente il gomito?”
“Io non so se quello che ho visto era un fantasma o l’apparizione
della Madonna, ma certamente ho visto qualcosa di strano. Non sono
solito andare in giro a vantarmi con i mie amici di visioni bizzarre.
E’ vero mi piace bere e forse anche questa notte non ero del
tutto sobrio, ma quell’immagine mi ha sconvolto e mi ha fatto
passare in un solo istante gli effetti del vino. Le ripeto che sono
sicuro di quello che ho visto.”
“In che direzione andava?”
“Si spostava verso il fiume. L’ho seguita un per un
po’ con lo sguardo ma non ho avuto il coraggio di andarle
dietro.”
“L’ha vista qualche altra persona oltre a lei?”,
intervenne Andrea.
“Non posso escluderlo, ma a quell’ora le strade sono
praticamente deserte. La gente preferisce restare al calduccio nella
propria abitazione.”
“Penso che può bastare così.”, disse Massimo
salutando l’uomo e lasciandolo solo a rimuginare su quella
storia e forse sui dubbi che ancora aveva, ma che non avrebbe mai
ammesso.
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* *
“Che cosa ne pensi?”, chiese Massimo ad Andrea mentre
si avviavano in direzione dell’automobile.
“E’ una storia strana, ma sembrava convinto di quello
che gli era successo.”
“Ci sono altri fatti rilevanti in quello che ci ha detto?”
“Il più importante che aveva bevuto e il secondo che
non c’erano altre persone a testimoniare la presenza dello
spettro.”
“Guarda questi fogli. Sono segnalazioni di alcuni automobilisti
che questa notte transitavano su lungotevere. Sostengono di aver
visto una donna, con un abito verde, che camminava sul parapetto
lungo il fiume. Tutti concordano su una specie di alone che la circondava.
Ce n’è uno che addirittura sostiene di averla investita
con la sua automobile, ma non ha sentito l’urto. Asserisce
che voltandosi indietro, ha visto la donna proseguire nella direzione
opposta alla sua, come se niente fosse successo.”
“Mi stai facendo rabbrividire. Adesso che cosa si fa?”
“Visto che è qui vicino, farei un salto al teatro Belli.
E’ da lì che è cominciata questa vicenda.”
“E poi dicono che il mestiere di poliziotto non è interessante!
Dai andiamo, questa indagine mi piace.”
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* *
Si
presentarono al direttore del teatro. Dopo essersi qualificati e
aver spiegato i motivi della propria visita, l’ispettore Massimo
Ferracuti ed il suo temporaneo assistente furono accompagnati dalle
donne addette alle pulizie del teatro, le uniche presenti la sera
prima all’ora dell’avvistamento. Trovò le due
sedute in una stanza. Avevano entrambe il camice slacciato. I capelli
molto disordinati erano tenuti su da alcune forcine che perdevano
inevitabilmente la loro battaglia con diverse ciocche pendenti da
più parti. La più anziana delle due spense la sigaretta,
ma continuò a parlare con l’amica, per niente impressionata
dalle presenze estranee. Invece la più giovane, alla vista
del giovane poliziotto, corresse la sua posizione piuttosto rilassata
sulla sedia e si diede una rapida rassettata ai capelli. Nonostante
gli sforzi l’aspetto esteriore della donna non ebbe grandi
benefici.
Dopo una breve presentazione, Massimo prese il suo taccuino dove
aveva preso nota degli elementi più importanti dell'indagine
che stava conducendo e iniziò la sua raffica di domande,
già presagendo che le due donne gli sarebbero state di poco
aiuto:
“Allora se ho capito bene i vostri nomi tu sei Maria e lavori
qui da più di dieci anni.”, disse il poliziotto rivolto
alla più matura delle due donne, poi indicando l’altra
continuò, “E tu sei Manuela e lavori temporaneamente
in questo teatro. Voi due eravate le sole presenti nel teatro, ieri
intorno alla mezzanotte?”
“Si.”, confermò Maria, “Gianni, l’addetto
alle luci è stato l’ultimo a lasciare il teatro verso
un quarto a mezzanotte, dopodiché eravamo le uniche presenze
qua dentro.”
“Verso che ora termina il vostro servizio?”
“Di solito verso l’una. I nostri orari sono molto elastici,
ma fa comodo sia a noi che al nostro datore di lavoro. Lavoriamo
tre ore la mattina e tre ore la notte dopo la fine dello spettacolo.”
“Che cosa era in programma ieri sera?”
“Una commedia romanesca interpretata dalla scuola di recitazione
Roma Scomparsa. C’era poca gente. Gli attori sono giovani,
anche se piuttosto bravi, debbono farsi ancora conoscere dal grande
pubblico.”
“Era una recita in costume? Portavano abiti d’epoca?”
“Erano vestiti quasi in abiti normali, un po’ consumati,
come richiedeva il copione, ma potevano tranquillamente uscire nella
strada che nessuno li avrebbe notati. La commedia era ambientata
in una Trastevere del dopoguerra. Ma perché mi fa queste
domande?”
“Una signora in abito verde è stata vista uscire da
qui circa a mezzanotte. Voi vi siete accorti di qualcosa?”
“No, ripeto a quell’ora eravamo le sole rimaste qua
dentro. Non posso escludere che qualche signora si sia trattenuta
di più in qualche toilette, ma mi sembra strano: lo spettacolo
era finito da almeno un’ora e mezza. E poi il portone era
chiuso. Le uniche chiavi le abbiamo io, la cassiera e l’impresario.
A quell’ora ero l’unica presente dei tre.”
“Eppure, abbiamo un testimone che asserisce di aver visto
una donna uscire da questo teatro. Siete sicure che eravate sole?”
“Veramente …”, intervenne Manuela, “…io
per tutta la sera ho avuto l’impressione di essere osservata.
Ed a un certo punto ho avuto come l’impressione di sentire
chiudere il portone.”
“Tu non sei attendibile, sei troppo suggestionabile.”,
intervenne Maria, sminuendo la testimonianza della ragazza, “Lo
dici tutte le sere che ti senti osservata. Ti fai condizionare da
tutte quelle storie che racconta Gianni, il tecnico delle luci.”
“Di che storie state parlando?”
“Di quelle che girano su questo teatro. Una vecchia leggenda
popolare racconta che qui ci abita un fantasma e Gianni, per farsi
bello con la ragazza, favoleggia di uno strano avvistamento che
avrebbe fatto mentre era sulle impalcature a regolare i proiettori.”
“Lui lo ha visto sul serio il fantasma!”
“Beata te che ancora credi in queste cose. Ormai dovresti
essere cresciuta per pensare che esistono fantasmi, fate, maghi
e … Babbo Natale.”
La ragazza divenne paonazza e per un attimo Massimo temette per
l’incolumità dell’anziana donna, ma Manuela riprese
il controllo:
“Ci sono anche libri che parlano di questo fantasma.”
“Chi te lo ha detto, Gianni per caso? E poi lui non ha mai
parlato di fantasmi ma di strani avvistamenti, perlopiù ombre
vaghe che potevano essere anche l’effetto dei proiettori.”
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* *
Gruppuscoli
di giovani studenti erano davanti al liceo linguistico, commentando
le lezioni da poco terminate e cercando di organizzare il fine settimana
ormai imminente. Massimo ed Andrea si avvicinarono al capannello
più nutrito e chiesero dove avrebbero potuto trovare Marco
ed Anna. Un ragazzo in blu jeans e con una felpa nera dell’Adidas
li esaminò con diffidenza e dopo aver tirato ancora una boccata
di fumo dalla sigaretta accesa, senza alcuna fretta, indicò
ai due un ragazzo ed una ragazza, poggiati sul muretto di cinta
della scuola, intenti a scambiarsi amorose effusioni. Per i due
innamorati il mondo intorno al loro sembrava non esistere. Ogni
tanto separavano le loro bocche, si guardavano per qualche instante
negli occhi, come per riprendere fiato e lentamente riaccostavano
le labbra dell’uno sopra quelle dell’altra, ignari di
quello che stava accadendo intorno a loro.
“Buongiorno, sono l’ispettore di polizia Massimo Ferracuti.
Avrei qualche domanda da rivolgervi riguardo agli avvenimenti della
notte scorsa.”
Il ragazzo parve allarmato come se fosse stato colto con le mani
nel sacco e si guardò intorno come a cercare una via di fuga:
“Abbiamo già detto tutto quello che sappiamo. Avrei
solo voglia di dimenticarla quella storia … anzi quell’incubo.”,
asserì lo studente con aria infastidita e, girandosi verso
la sua ragazza con aria stizzita, continuò, “Te l’avevo
detto che non era il caso di andare alla polizia.”
“Calma, calma! Ho solo bisogno di chiarire alcuni punti della
vostra dichiarazione per completare il mio rapporto. Siamo qui proprio
perché la storia è strana. Ci sono tante persone,
più o meno importanti, che ci pongono delle domande: ci è
stato ordinato un supplemento di indagini.”
“Va bene. Dai spara queste domande.”
“Qui c’è troppa gente ed abbiamo già attirato
l’attenzione su di noi. Entriamo nella scuola e troviamo un
posticino dove possiamo stare tranquilli per una decina di minuti.”,
propose il poliziotto ai due ragazzi.
Si avvicinarono verso l’ingresso della scuola. Marco, improvvisamente
lasciò la mano della ragazza, fece due passi indietro e consegnò
lo zaino con i libri ad un suo compagno e, cercando di non farsi
notare, con l’altra mano gli mise qualcosa nella tasca del
giaccone:
“Reggimi lo zaino, lo riprendo dopo quando esco.”
“Va bene per lo zaino, ma queste le prendo io.”, disse
Massimo a cui non era sfuggito il movimento sospetto del ragazzo.
Marco impallidì e cercò di balbettare qualcosa. Fu
interrotto da un gesto con la mano aperta del poliziotto che voleva
in qualche modo tranquillizzarlo:
“Non ti preoccupare, non sono venuto per questa.”, affermò
mostrando l’erba ripresa dalla tasca del compagno e ammiccando
verso Andrea. Anche la ragazza diede chiari segni di disagio. Era
preoccupata per quell’inutile stupido gesto del suo ragazzo.
Avrebbe voluto andare a nascondersi o essere tanto lontana da dove
si trovava.
Il giovane poliziotto cercò di sdrammatizzare l’episodio
con una battuta, “Se è roba buona, me ne fumo una più
tardi.”, aveva capito che se cominciava l’interrogatorio
in quelle condizioni non avrebbe cavato un ragno dal buco.
Dopo essersi qualificato al custode della scuola ed aver esposto
i motivi della visita, fu fatto accomodare insieme ai ragazzi in
una piccola aula vuota, dove avrebbero potuto parlare con tranquillità
senza essere disturbati. Massimo chiese ai ragazzi di raccontare
la storia semplicemente, così come l’avevano vissuta,
senza condirla con particolari immaginari.
Iniziò Marco, ma fu spesso interrotto da Anna con precisazioni
che arricchivano il racconto; presto la ragazza si impadronì
della conversazione, descrivendo come si erano svolti i fatti con
dovizia di particolari. Furono proprio questi inconsueti dettagli
a rendere la storia ancora più irreale.
“Allora, cerchiamo di riassumere: voi non vi eravate accorti
della presenza della signora fino a che non è arrivata a
pochi metri da voi.”
“Proprio così! Eravamo seduti sugli scalini di Trinità
dei Monti e stavamo baciandoci. La piazza sotto di noi era quasi
deserta. Poi all’improvviso qualcosa ha attirato la mia attenzione
ed ho spinto indietro Marco per vedere meglio.”
“Un rumore?”
“No, una luminescenza anomala. Un lieve chiarore che circondava
la dama vestita di uno splendido abito verde. Bello, ricco di ricami
e finiture che oggigiorno non si usano più. Lì per
lì ho pensato ad uno dei strani personaggi che popolano piazza
Navona e dintorni. Camminava a piedi nudi sul marmo gelato, il volto
triste e rigato dalle lacrime che scendevano copiose dai suoi occhi.
Chiaramente soffriva. Saliva le scale sfiorando i gradini, sembrava
volare, ignara di chi la stava osservando. Poi si è voltata
verso di me e Marco e ha accennato ad un rapido sorriso. Forse un
poco della nostra felicità ha attenuato il suo dolore, ma
è stato un lampo brevissimo sul suo volto triste. E’
stato in quel momento che Marco mi ha preso la mano e mi ha trascinata
via.”
“C’erano altre persone oltre a voi?”
“Come ho già detto la zona era quasi deserta. Certamente
qualcuno oltre a noi ha visto, ma ha preferito far finta di nulla.
Non è facile raccontare e riuscire a fare credere quello
che neanche noi riusciamo ad accettare.
“Avevate fumato? Intendo se avevate consumato erba.”
“Una soltanto ed almeno due ore prima del fatto.”
“Continua a raccontare, ho come l’impressione che vuoi
dirci ancora qualcosa …”, la invitò il poliziotto.
“C’è poco altro. Arrivata sulla parte più
alta di Trinità dei Monti, è salita sul parapetto,
ha allargato le braccia come se volesse abbracciare qualcosa, ha
gridato o implorato qualcosa, forse un nome, poi è sparita
nel nulla come una bolla di sapone che scompare nell’aria.
“Che cosa ha gridato? Riuscite a ricordarlo?”
“Un nome. Non riesco a ricordarlo … mi sembra …”
“Cagliostro!”, intervenne Marco.
“Si è vero. Il nome era Cagliostro.”, confermò
la ragazza.
“E questo è tutto quello che sapete?
I ragazzi si guardarono un attimo negli occhi e dopo un cenno di
assenso di Anna, Marco rivelò:
“Veramente, dopo qualche minuto di silenzio, nel momento che
ci stavamo riprendendo dallo spavento, abbiamo sentito una risata
di scherno provenire dall’ombra e un grido angosciante di
una voce maschile: Lorenzaaaa!”
.........................................*
* *
Massimo
non finiva più di esaltare il lavoro che aveva fatto insieme
ad Andrea mentre Gianfranco continuava a sfogliare il rapporto che
i due gli avevano consegnato:
“E’ stato Andrea che ha effettuato la ricerca su internet
permettendomi di dare un nome ed un cognome al fantasma che è
stato avvistato”.
“Quindi si tratta realmente di un fantasma?”, ribatté
incredulo il commissario.
“Sicuramente. Le testimonianze e le ricerche effettuate non
lasciano adito a dubbi: si tratta di Lorenza Feliciani, la moglie
di Cagliostro. I due hanno vissuto insieme una vita molto avventurosa
per tutte le migliori corti d’Europa e la loro morte, così
come la loro vita, è avvolta nel mistero.”
“Che cosa sappiamo dei due?”
“Ci sono migliaia di libri sulla vita di Cagliostro e della
moglie. Cercherò di farti un piccolo quadro. In realtà
il suo nome era Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro. Visse nel
diciottesimo secolo, era un alchimista palermitano e le leggende
dell’epoca narrano che riusciva a trasformare i metalli non
pregiati in oro. Tutta la sua vita è avvolta nel mistero,
ma lo è ancora di più la sua morte. Sposò a
Roma nel 1768 Lorenza Feliciani, una fanciulla bellissima ma inquieta
e dai trascorsi ambigui. Una diceria dell’epoca asserisce
che la donna fu generata da Cagliostro stesso che voleva provare
le doglie del parto. Ebbero una unione piuttosto travagliata, litigavano
spesso e per motivi banali. Di lui si parla come un marito geloso
e possessivo e di lei si dice che era molto ambiziosa, un po’
libertina e traditrice. Fu proprio lei a denunciarlo al Sant’Ufficio
ed a farlo condannare per stregoneria. Ma la denunzia, come un boomerang,
tornò su di lei, fu arrestata ed imprigionata nel monastero
di Sant’Apollonia in Trastevere che divenne anni dopo il Teatro
G. Belli. I documenti dell’epoca asseriscono che non uscì
più da quella prigione, ma non risulta neanche la sua morte:
praticamente prima creata e poi scomparsa nel nulla. Ma se la morte
di Lorenza è avvolta nel più fitto mistero ancora
di più lo fu quella di Cagliostro. In uno scritto autobiografico
Cagliostro si definì come non nato dalla carne, né
dalla volontà dell'uomo... nato dallo spirito. Non rinnegò
mai le sue convinzioni ed i suoi ideali, morì come eretico
e scomunicato nella rocca di San Leo, dove fu imprigionato. Il suo
corpo, stando a quanto si racconta, non venne mai trovato. Da allora
il mistero sulla sua morte misteriosa e segreta ha destato l'interesse
di molti storici e curiosi, facendo nascere storie e leggende non
verificabili.”
“Di personaggi così ne abbiamo piena la storia. Ma
veniamo ai fatti … ci sono veramente le prove che quello avvistato
era il fantasma di Lorenza Feliciani?”
“Direi che possiamo asserirlo quasi con certezza, del resto
non è la prima volta che il fantasma si manifesta.”
“Che vuoi dire?”
“Come risulta dalla ricerca di Andrea, il fantasma di Lorenza
è apparso più volte dai giorni della sua morte, percorrendo
sempre lo stesso percorso da Trastevere a Piazza di Spagna.”
“Mi stai dicendo che hai trovato altre denuncie?”
“Non esattamente, si parla sempre di dicerie popolari; a volte
pubblicate sulle cronache locali di qualche giornale d’epoca.”
“Non avrei mai immaginato che Roma avesse un fantasma …”
“Uno solo? Magari! Dalla ricerca emergono tanti avvistamenti
di apparizioni misteriose. C’è Beatrice Cenci, per
esempio, che ogni tanto passeggia intorno a Castel Sant’Angelo
con la testa sotto il braccio. Nerone, con il suo seguito, preferisce
mostrarsi a piazza Sempione, dove si tolse la vita. Alessandro Borgia
appare a piazza Farnese, mentre Olimpia Pamphili si manifesta a
piazza Navona con la sua magnifica carrozza trainata da quattro
lucenti cavalli bianchi. Potrei continuare ancora con il fantasma
del Campidoglio o parlarti della mano di Costanza de Cupis. Roma
sembra il crocevia di fenomeni soprannaturali ed esoterici.”
“Faccio fatica a crederci, ma le testimonianze che avete portato
non sembrano lasciare dubbi. Bravi avete fatto veramente un buon
lavoro.”, disse Gianfranco e vide sul viso di suo figlio la
soddisfazione e l’orgoglio, gli stessi sentimenti che aveva
provato lui quando aveva consegnato al suo superiore il suo primo
rapporto di indagine, “E tu Andrea che mi dici, come è
stata la tua prima esperienza da poliziotto?”
“Me la immaginavo diversa, ma è stata entusiasmante.
Ti confermo che è proprio il lavoro a cui aspiro.”
“Va bene! Accettiamo pure un altro poliziotto in famiglia.
Ma adesso chi lo spiega a tua madre?”
Una risata corale proruppe dai tre. Massimo dentro di se si sentiva
pieno di soddisfazione, era riuscito a ricucire il rapporto tra
padre e figlio, il che era molto più importante per lui dei
risultati dell’indagine svolta. Era contento anche per quella;
anche a lui non capitava spesso di effettuare indagini nella storia
e su personaggi così ragguardevoli.
Il rapporto era terminato. Massimo raccolse le carte ed insieme
ad Andrea fece per lasciare la stanza, quando fu richiamato da Gianfranco:
“Massimo, tu aspetta un momento, così mi aiuti a sbrigare
queste carte che mi stanno inondando la scrivania.”
“Io vi lascio, ho un appuntamento con una ragazza.”,
si accomiatò Andrea accennando un saluto con la mano destra.
Rimasero soli. Gianfranco continuò a guardare in silenzio
il resoconto dell’indagine. Massimo guardò l’amico
e la sua aria pensierosa e capì subito che qualcosa non andava.
Più il tempo passava più quel silenzio diventava imbarazzante.
Alla fine Gianfranco sbottò:
“Ma che cosa ti è venuto in mente?”
“Perché?”
“Secondo te questo è un rapporto che posso girare ai
miei superiori? O peggio ancora, posso rispondere alle domande della
stampa aiutandomi con il suo contenuto?”
“Cosa c’è che non va? Ho raccolto solo i fatti
come mi hai sempre detto. Abbiamo testimoni dei fatti e le loro
testimonianze coincidono.”
“Quali testimoni? Ti sembrano attendibili? Abbiamo un vecchio
ubriacone, un automobilista che ha visto strane ombre e due ragazzi
in preda a probabili allucinazioni da droga. Se fossimo in tribunale,
un avvocato da due soldi ti smonterebbe le tue testimonianze in
dieci minuti. Vuoi giocarti la carriera? Ci sono falchi che non
aspettano altro che un nostro errore per farci fuori e prendere
il nostro posto.”
“Io sono convinto che hanno visto veramente l’ombra
gemente del fantasma di Lorenza Feliciani.”
“Quello di cui siamo convinti non sempre si può scrivere.
Te lo immagini come prenderebbe la cosa il Vaticano. Non perché
a me importi poi tanto quello che pensano loro, ma non voglio dargli
corda per impiccarci.”, poi rabbonendosi un po’ e dando
una pacca sulla spalla dell’amico, continuò, “Dai
riscrivi quel cazzo di rapporto!”
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