Racconto
tratto dal libro “Il Canto del Male”
di Antonio Barcella
Il libro si è classificato al secondo posto del 17° concorso
letterario internazionale Giovanni Gronchi di Pontedera (sezione
romanzi inediti)
Continuò a lisciare i lunghi
e brillanti capelli biondi con lenti colpi di spazzola che, partendo
dalle radici, arrivavano fino alle morbide punte. L’operazione
richiedeva in genere pochi minuti, ma quella era una sera diversa,
troppo importante: finalmente l’avrebbe rivisto. Ancora qualche
passata ed il lavoro sarebbe terminato. Peccato che non c’era
uno specchio dove rimirarsi! In fondo poi non ne sentiva un’eccessiva
necessità, era solo un pizzico di vanità in più;
Lorenza conosceva così bene il suo corpo che non ne aveva
alcun bisogno. Era così emozionata che faticava a concentrarsi
su quello che doveva fare. I minuti trascorrevano sempre più
velocemente e già temeva di non riuscire a prepararsi per
tempo.
Non se lo poteva permettere!
Trepidava al solo pensiero di arrivare in ritardo e di non trovarlo.
Guardò lo splendido abito di seta verde, adagiato con cura
sul letto, con i suoi meravigliosi ricami e le ricche finiture ed
immaginò quanto sarebbe stata bella nel momento in cui l’avrebbe
indossato. Le sue mani, perfettamente curate e preparate per l’evento,
si poggiarono sul grembo; un grosso sospiro salì dal profondo
ed i suoi occhi si persero nel vuoto della stanza. Il suo pensiero
tornò indietro nel tempo facendo riaffiorare piacevoli ricordi.
Gli occhi celesti brillarono sul tenero viso, un delicato sorriso
le mosse gli angoli della bocca ed i lineamenti del volto si raddolcirono
accrescendo ancora di più la sua bellezza. Ricordò
l’ultima volta che aveva indossato quel vestito incantevole
e rivide per un attimo il mondo girare intorno a lei. Sembravano
passati secoli da quel ricevimento, in una magica atmosfera, con
dolci melodie che ispiravano amore. E lei ballava, fluttuando come
in un sogno straordinario, circondata, corteggiata e vezzeggiata
da tutti gli uomini presenti. Ma non aveva voglia di scegliere,
li voleva tutti ai suoi piedi. Si sentiva bellissima ed era consapevole
che lo era veramente. Sapeva anche che quel momento non sarebbe
durato in eterno, il tempo avrebbe presto cancellato l’incanto
del suo viso e del suo corpo e gli uomini avrebbero volto i loro
sguardi altrove. Ma per ora poteva competere con la bellezza di
una dea; il suo corpo statuario era bramato da molti, ma solo lei
avrebbe scelto a chi donarlo.
Poi all’improvviso lui: il conte Alessandro. Vide quei due
splendidi occhi neri incavati in un volto duro ma bello, uno sguardo
profondo ed un sorriso accattivante e fascinoso. Guardava lei. Lorenza
non ricordava come accadde, ma si ritrovò tra le sue braccia
forti e sicure. Danzarono per tutta la sera. Da quel momento non
ci fu più spazio per altri, erano solo loro due ed il mondo
intorno a loro era scomparso. Arrivò presto il primo bacio,
cui ne seguirono tanti altri, il desiderio cresceva come la febbre.
Fecero l’amore quella notte stessa, con l’impeto e la
passione che potevano mettere due anime gemelle che si stavano cercando
da qualche tempo e che si erano finalmente trovate.
Quanto tempo era passato da quel giorno e quanto amore tra loro
due. Poi qualcosa si era rotto, qualche bisticcio, qualche parola
di troppo; non si sa come erano arrivate le accuse, gli sgarbi e
le ripicche. Ma non voleva pensare a quelle cose brutte, quella
notte era fantastica e voleva godersela. Lo avrebbe rivisto e gli
avrebbe chiesto perdono. Lui certamente glielo avrebbe concesso
perché l’amava e tutto sarebbe tornato come prima,
meglio di prima.
Fece scivolare la seta del vestito sullo splendido corpo nudo, così
sodo che non avrebbe avuto bisogno di altri sostegni per riempirlo
completamente e farlo aderire come una seconda pelle.
Aprì lentamente la porta, uno scricchiolio sinistro risuonò
in quel silenzioso ambiente, e si affacciò su un lungo corridoio.
Un brivido le accarezzò la schiena, ma fu più l’istinto
che la paura. Lei non poteva avere paura. Scese lentamente gli scalini,
cercando di non farsi sentire. Non aveva un gran feeling con le
altre persone che incontrava in quel luogo, gente strana, bizzarra,
eccentrica, impressionabile. Quando poteva evitava il contatto diretto,
era meglio stare soli, che elemosinare una qualsiasi vicinanza.
Sentì delle voci provenire da dietro una porta accostata.
Cercò di guardare all’interno. Era curiosissima. Quanto
gli piaceva origliare i discorsi degli altri, sentire i pettegolezzi
e le chiacchiere.
Riconobbe una delle due donne: era Maria, l’anziana signora
addetta alle pulizie del teatro. L’inserviente stava svuotando
i cestini pieni di cartacce e mozziconi di sigaretta spenti, mentre
parlottava con una giovane donna, la quale a sua volta era impegnata
con lo straccio da spolvero su una macchia ostinata che non riusciva
a rimuovere. La ragazza impresse una forza maggiore sulla chiazza
e vide che cominciava ad ottenere dei risultati. Poi all’improvviso
si fermò, girò il volto verso Maria e chiese:
“Maria, posso farti una domanda?”
“Immagino già che cosa mi vuoi chiedere. La curiosità
è femmina!”
“Girano strane storie su questo posto e tu che sei qui da
tanto tempo ne saprai certamente molto.”
“Voci di popolo …”
“Dai parliamo seriamente. Io sono talmente tesa ed allarmata
da quanto ho sentito raccontare, che qualsiasi cosa strana o rumore
improvviso, mi farebbe fuggire a gambe levate. Penso che riuscirei
a battere il record del mondo di velocità per scappare fuori
di qui.”
“Ma a cosa ti riferisci?”, chiese con un sorriso malizioso
l’anziana donna, fingendosi ingenua.
“A quelle agghiaccianti storie di fantasmi e spettri, che
girano su questo posto da brividi.”
“Io non ne ho mai visti direttamente”, disse l’anziana
donna facendo al tempo stesso capire che su quell’argomento
era assai informata, “Si, forse qualche strana cosa, porte
che sbattono, finestre trovate aperte che ero sicura di aver chiuso.
E poi …”
“E poi …”
“… la strana sensazione di essere sempre osservata.
In ogni caso conosco un elettricista che sostiene di averne visto
uno. Ma è uno che beve.”
A sentire quelle parole, Lorenza, si allontanò sorridendo
da dietro quella porta e ripensò alle parole della ragazza.
Gli venne ancora più da ridere: “Fantasmi. Certo che
ce ne voleva di fantasia! Era tanto tempo che lei viveva in quel
luogo e se ci fosse stata qualsiasi oscura presenza l’avrebbe
certamente vista. Queste storie assurde erano inventate da qualcuno,
per colpire i più impressionabili e creduloni. C’erano
tante persone così ingenue tra la servitù e i ceti
bassi!
Aprì il portone e uscì nella fredda notte trasteverina.
Le strade erano deserte, un uomo ubriaco barcollava reggendosi contro
un muro. Era talmente euforica che anziché camminare le sembrava
quasi di fluttuare nell’aria. Assaporò quelle dolci
fragranze che provenivano dal quartiere, odore di pane caldo, pizze
da poco sfornate, sfiziosi aromi di carne alla brace e quel caratteristico
profumo di caldarroste che solo negli angoli più antichi
di Roma si possono ancora apprezzare. Dodici rintocchi pervennero
dalla vicina chiesa di Santa Maria in Trastevere. Era in ritardo,
aumentò il passo, non voleva fare aspettare il suo innamorato,
non voleva rischiare che lui si stancasse di aspettarla. Aveva tante
cose da dirgli e molto da farsi perdonare. Era tanto tempo che non
lo vedeva e voleva raccontargli tutti gli attimi passati nella fervida
attesa del loro incontro, tutti i pensieri che avevano riempito
il passare lento delle ore senza di lui.
Si fermò solo per un attimo a veder scorrere lento il biondo
fiume sotto di lei, quel fiume tentatore nelle cui fredde braccia
a volte aveva desiderato di gettarsi. Momenti di angoscia che spesso
l’assalivano e la rattristavano. Ma quella sera tutto si sarebbe
risolto, Alessandro l’avrebbe presa tra le sue braccia, l’avrebbe
perdonata e riempita di baci come una volta. Proseguì il
suo cammino coperta dagli ombrosi platani del Lungotevere, mentre
qualche veicolo sfrecciava rumorosamente lungo la strada e pur sfiorandola
non riusciva neanche a vederla. Come era cambiata quella città
dal giorno del suo arrivo. Quasi faticava a riconoscerla. Forse
la vita era anche migliorata, ma lei preferiva ancora quella che
aveva conosciuto tanti anni fa. Gli sembravano passati secoli dal
giorno che era giunta lì; non pensava che quella città
l’avrebbe adottata per sempre. Poi aveva conosciuto Alessandro
ed insieme avevano viaggiato molto, avevano frequentato gli ambienti
più aristocratici d’Europa, erano stati accolti dalla
nobiltà come loro pari e tutto ciò per il fascino
e la sapienza del suo innamorato. I ricordi la assalivano come piccoli
pugnali che infierivano lievi ma dolorose ferite. Come per allontanare
quei tristi pensieri salì sul parapetto che affacciava sul
fiume e lo percorse lentamente con le braccia aperte per mantenere
l’equilibrio, come faceva da bambina per dimostrare ai suoi
amici il suo coraggio. Era un tentativo di esorcizzare in qualche
modo quella tormentosa attesa. Il cuore martellava nel petto, come
se volesse aprire un varco per uscire fuori, un’ansia profonda
la assaliva e la sommergeva togliendogli il respiro mentre la felicità
tracimava dentro di lei riempiendole gli occhi di indecise lacrime.
Attraversò Piazza Navona, costeggiò il Panteon ed
arrivò in piazza della Minerva; i grossi portoni dell’antica
chiesa erano serrati, ma non aveva nessuna voglia di entrarci. I
suoi guai erano cominciati proprio da lì, dalle confidenze
che lei aveva fatto ad un prete traditore che non aveva rispettato
il segreto che il sacramento della confessione gli imponeva. Ma
in quel periodo il clero pensava di avere il potere per fare tutto
ciò che voleva, l’avevano convinta a dire tutto ciò
che sapeva sul suo uomo e questo aveva significato la condanna per
lui e l’inizio delle sue traversie. Si sentiva ancora responsabile
di quanto era successo ad Alessandro, delle torture che gli erano
state inflitte, delle menzogne che erano state dette su di lui,
delle angosciose giornate di reclusione cui era stato soggetto.
Solo lei sapeva quanto aveva sofferto, il rimorso l’aveva
consumata lentamente, ma adesso l’avrebbe rivisto. Era sicura
che oggi lui non avrebbe mancato l’appuntamento come era successo
già tante volte.
Finalmente arrivò in piazza di Spagna e subito lo cercò
con gli occhi ed una nuova ansia s’impadronì di lei
quando non lo vide. Continuò a cercare, provando a scrutare
anche gli angoli più oscuri, mentre sentiva l’inquietudine
crescere dentro di lei ed i ricordi riemergere nella sua testa.
Un disperato grido proruppe dalla sua bocca ed implorò il
suo nome: “Cagliostro!”. Ma ormai aveva capito, il suo
uomo ancora una volta non sarebbe giunto all’appuntamento.
Lorenza l’aveva tradito e consegnato ai suoi aguzzini. Questi
lo avevano condannato a morte dopo averlo sottoposto a tremende
torture e supplizi. Ma la morte per lui era troppo poco. Avevano
quindi trasformato la condanna nel carcere a vita da scontarsi nella
fortezza di San Leo. Soffrì tanto in quella solitudine ed
alla fine morì di stenti e tribolazioni, ma ancora una volta
riuscì a dimostrare la sua grandezza, il suo corpo scomparve
e nessuno riuscì più a trovarlo.
Quello che Lorenza Feliciani stava facendo era un rito che andava
avanti da più di due secoli: a distanza di anni era costretta
a ripercorrere il penoso cammino che la portava lì ed ancora
una volta doveva rinnovare le sue pene. Forse un giorno …
forse un giorno … l’avrebbe ritrovato e le sue pene
sarebbero terminate per sempre. Nel frattempo, come una sorta di
espiazione, era costretta a vagare in quelle strade alla ricerca
di Alessandro. Purtroppo non era ancora quel giorno e doveva continuare
a soffrire. Questa consapevolezza gli inondò gli occhi di
amare lacrime. Sentiva un acuto dolore nel petto. Riuscì
lentamente ad avanzare di qualche passo ed a salire il primo scalino
di Trinità dei Monti.
Due innamorati si stavano scambiando amorose effusioni lungo la
storica scalinata. La videro. Sbiancarono in viso, si guardarono
increduli, si alzarono di scatto e fuggirono spaventati nella direzione
opposta a quella di lei. Uno scalino dopo l’altro riuscì
ad arrivare in cima anche se non ne aveva voglia, ma il rito lo
pretendeva. Salì sul parapetto di Trinità dei Monti,
alzò le mani come per abbracciare quella splendida città
addormentata ai suoi piedi e scomparve improvvisamente così
come era venuta.
Forse un giorno … forse un giorno … sarebbe tornata
a rinnovare la storia, ma quando nessuno poteva saperlo.
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