UNA SCELTA DIFFICILE
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di Katia Barcella
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Eppure quella
giornata era cominciata come tutte le altre, pensava Dana mentre rifletteva
sugli avvenimenti che le erano capitati la sera precedente. Proprio a lei.
A lei che si alzava ogni mattina alle cinque, si infilava in fretta un maglione
vecchio sui jeans logori che indossava sempre in casa e, legati i lunghi capelli
neri, portava Freccia al parco. Questo rituale era sufficiente ad illustrare
tutta la routine che caratterizzava la sua monotona vita. Ci pensava ogni
mattina, mentre si accingeva a fare il programma della giornata e non poteva
fare a meno di accorgersi, con rinnovato disappunto, che era lo stesso del
giorno precedente. E di quello prima. E di quello prima ancora ...
La mattina, all'alba, era il momento peggiore. Seduta sulla stessa panchina
fredda del parco, guardando il suo pastore tedesco che correva e si rotolava
sull'erba, aveva tutto il tempo per pensare. La tranquillità, il silenzio
di quel luogo familiare, lasciavano tutto lo spazio necessario ai ricordi
per riaffiorare prepotentemente alla mente.
Era andata via giovanissima dal suo paese, spaventata dalla prospettiva di
una vita che non poteva offrirle nulla di più di ciò che aveva
dato ai suoi genitori; lei non voleva diventare come loro, non voleva rinunciare
ai propri sogni senza neanche lottare. Ma aveva perso. Era questo ciò
che l'amareggiava di più. Si era allontanata dalla sua casa, dai suoi
affetti, dalla certezza di un futuro sicuro per sfuggire alla noia, alla monotonia,
ai ritmi sempre uguali della campagna ed ora si trovava sola, ad affrontare
una routine molto peggiore. Alle otto doveva trovarsi puntuale sul posto di
lavoro che, rispetto alla sua abitazione, era nella zona opposta di quell'immensa
città. Lavorava dodici ore al giorno, guadagnando nulla di più
di quello che le era necessario per vivere; e la sera tornava a casa stanchissima,
con l'unico desiderio di buttarsi sul letto e dormire fino all'alba del giorno
seguente. Ciò che la sgomentava di più, in questa situazione,
era la costante sensazione di trovarsi in un tunnel senza via di uscita. Non
aveva titoli di studio oltre la terza media, le sue competenze professionali
erano limitatissime e prima di giungere in città non aveva fatto nessuna
esperienza lavorativa, per cui poteva ritenersi fortunata di aver trovato
quell'impiego. A volte avrebbe voluto uccidersi pur di sottrarsi ad un destino
che non le avrebbe mai offerto nulla, ma non poteva pensare solo a se stessa.
Se fosse stata sola probabilmente sarebbe scappata anche da quel luogo, avrebbe
continuato a seguire i suoi sogni, anche se per raggiungerli sarebbe dovuta
arrivare in capo al mondo. Ma c'era Paolo. Paolo aveva bisogno di lei.
Sei anni prima, appena giunta in città, si era sentita molto sola ed
impaurita, ed era stato quasi naturale perdere la testa per il primo ragazzo
che le aveva mostrato un po' di attenzione. Credeva fosse il grande amore
della sua vita ma dopo pochi mesi si era ritrovata sola ... e incinta. Era
stata proprio la consapevolezza delle responsabilità che aveva nei
confronti del suo bambino a darle la forza di andare avanti in quel primo,
terribile, periodo. Nei momenti di disperazione parlava con lui, per ore ed
ore, come se fosse già nato, come se fosse già vicino a lei,
pronto a darle conforto, consiglio, aiuto. Mille volte si era ripromessa che
sarebbero stati sempre insieme, mille volte aveva giurato che non gli avrebbe
fatto sentire la mancanza del padre, mille volte aveva sognato il loro futuro
felice. Quando Paolo era nato, però, i dottori avevano scoperto che
era affetto da sindrome di down e tutto il suo castello di certezze le era
crollato addosso. Non aveva mai smesso neanche per un minuto di amarlo, lui
era tutta la sua vita; se l'amore fosse stato sufficiente per la loro sopravvivenza,
non ci sarebbe mai stato alcun problema; invece il bambino aveva bisogno di
cibo, di vestiti, di giochi, ed in più anche di dottori, cure e medicinali.
Il piccolo gruzzolo con cui era partita era ormai quasi terminato, perciò
aveva dovuto cercare un impiego.
La cosa che le faceva più male era l'idea che mentre lei lavorava per
mantenere entrambi, suo figlio era rinchiuso tra le fredde mura di un istituto,
perché sarebbe stato impensabile lasciarlo tutto il giorno solo in
casa e con il suo misero stipendio non poteva certo permettersi qualcuno che
gli tenesse compagnia, fornendogli tutte le attenzioni di cui necessitava
un bambino nelle sue condizioni. Il giorno più felice della settimana
era la domenica, quando poteva vedere Paolo e trascorrere l'intero pomeriggio
con lui. Ogni volta, mentre andava via, doveva lottare contro la tentazione
di prenderlo e portarlo per sempre via con sé, lontano. Era il suo
più grande sogno, ma sapeva che, se l'avesse fatto, sarebbero entrambi
morti di stenti. E Paolo non meritava questo. Lui era innocente e non doveva
pagare per gli errori di sua madre.
L'abbaiare di Freccia la riportò alla realtà. Anche quel giorno
era domenica, ma stavolta era diverso ... era accaduta una cosa che aveva
cambiato il tranquillo corso della sua vita, mettendola davanti ad un terribile
bivio. La sera prima, tornando come al solito stanca morta dal lavoro, aveva
trovato ad attenderla davanti alla porta di casa un'assistente sociale. Dana
aveva subito riconosciuto quella donna, anche se non la vedeva ormai da diversi
anni, perché era stata lei che l'aveva aiutata a trovare una sistemazione
adatta al suo bambino; sapeva anche che di tanto in tanto andava ancora a
trovarlo, ma non si erano più incontrate. Cosa voleva ora da lei? Era
forse accaduto qualcosa? La sua testa si rifiutava di pensare che ciò
che più temeva da molto tempo si stava finalmente avverando. Una famiglia
aveva chiesto in adozione Paolo.
Avevano trascorso diverse ore parlando della situazione. La donna le aveva
illustrato dettagliatamente tutti i pregi dei nuovi genitori, spiegandole
che Paolo aveva molte potenzialità che non potevano essere sviluppate
in un istituto. Era un bambino meraviglioso e quella coppia si era subito
affezionata a lui, chiedendo di poterlo avere senza neanche un attimo di esitazione.
Avrebbero potuto offrirgli una bellissima casa, grande e pulita, tanti giochi
solo per lui, una scuola speciale che avrebbe messo in luce i suoi aspetti
migliori, ed anche tanto amore. Spettava soltanto a lei decidere quale futuro
doveva avere Paolo. Solo lei poteva mettere quella firma che avrebbe liberato
il bambino da un presente di incertezze per avere finalmente la vita che meritava...
lontano da una madre che non era in grado di provvedere direttamente a lui,
che non poteva dargli nulla se non tutto il suo amore.
Per diversi anni si era rifiutata di pensare ad una scelta così dolorosa.
Ma adesso era giunto il momento di decidere, perché quel pomeriggio
avrebbe dovuto esprimere la sua volontà decisiva. Sapeva qual era il
meglio per lui, ma come poteva abbandonare suo figlio? Aveva bisogno della
sua mamma! Ripensò alla forza con cui le gettava le braccia al collo
ogni volta che il pomeriggio di visita volgeva al termine, affinché
non se ne andasse, affinché rimanesse sempre con lui, spezzandole il
cuore. Ripensò alle lunghe ore trascorse insieme, abbracciati, giocando,
piangendo e ridendo ... gli unici momenti felici degli ultimi cinque anni.
Lui era tutta la sua vita. Ma non era egoismo il suo? Forse Paolo avrebbe
realmente potuto essere felice con un'altra famiglia. Per cinque anni si era
illusa che sarebbe arrivato il giorno in cui anche lei avrebbe potuto offrirgli
ciò che meritava, il giorno in cui avrebbero varcato insieme il cancello
dell'istituto per ricominciare una nuova vita insieme. Si era soltanto illusa,
lo sapeva bene. Ma come poteva abbandonare suo figlio?
Quando giunse all'istituto
le gambe le tremavano. Passò davanti alla direzione ma non si fermò;
andò dritta verso la stanza del suo bambino. Potevano portarglielo
via, ma non impedirle di vederlo ancora una volta. Il suo cuore sapeva che
se l'avesse riabbracciato non avrebbe più avuto la forza di staccarsi
da lui; ma doveva farlo. Doveva stringerlo a sé e dirgli quanto gli
voleva bene. Le lacrime le rigavano le guance. Pensò di uccidersi.
Non poteva vivere senza di lui. Aprì la porta. E lo vide. Paolo era
sdraiato nel suo lettino, fissando un punto invisibile sul soffitto. Sembrava
triste, tanto triste. Tutto divenne chiaro ai suoi occhi. Richiuse la porta
e scappò via. Si fermò davanti alla direzione. Adesso sapeva
qual era la via da prendere. Era la più difficile e dolorosa. Avrebbe
rinunciato alla propria felicità perché suo figlio fosse felice.
Gli aveva dato la vita, ora doveva dargli la possibilità di viverla.