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Pensieri in Libertà

Il sessantotto va in pensione

 

 

In un mattino rigido e nebbioso di gennaio a metà degli anni settanta, fresco dei miei vent’anni arrivai in una Milano frenetica carico dei sogni e degli ideali che mi erano stati trasmessi in tanti giorni di confronto, di amicizia e di lotta. Ero per la prima volta in quella città per un colloquio valutativo presso una multinazionale americana che mi aprì le porte del mondo del lavoro.
Fu la prima volta che dovetti accettare alcune rinunce verso me stesso e le mie convinzioni, forte delle raccomandazioni dei genitori che mi avevano invitato ad occultare le mie simpatie politiche, professandomi disinteressato a questo tipo di vicende.
Una vita lavorativa costruita su diversi compromessi per bilanciare le idee innovative e rivoluzionarie, dettate dal mio credo politico, con le esigenze pretese dal datore di lavoro.
Di nuovo un viaggio a Milano, quasi quarant’anni dopo, in una giornata di Gennaio 2010, altrettanto rigida di quella di una lontana vita passata, poneva fine alla mia era lavorativa proprio nel modo più conforme alla immagine sessantottina del padrone sfruttatore che prima ti spreme come un limone e, quando ritiene che non gli servi più, ti accompagna alla porta con una lettera di incentivo, una di licenziamento e un’altra di mobilità. Ad essere del tutto sincero, sono stato un po’ più fortunato di tanti altri, e sono uscito in maniera dignitosa e volontaria, coerente con i miei principi di vita, lasciando spazio ai giovani prima che il mio ruolo in azienda mi costringesse a qualche azione penosa, come la consegna della lettera di mobilità o di cassa integrazione verso le persone di cui ero responsabile.
Ho cercato per tutta la vita il rispetto degli altri e di me stesso, portando avanti le convinzioni del periodo storico in cui sono cresciuto che avevano contagiato l’intera società, ma presto rinnegata da molti di fronte ad ambizioni, egoismo e per rapide arrampicature sociali e politiche. Sogni di una generazione che aveva diffuso il credo dell’utopia al potere, i valori di pace, libertà ed uguaglianza nonché la voglia di cambiare il mondo con il solo risultato di produrne uno così rivoltante che è l’antitesi dei nostri desideri. La nostra ideologia è stata sotterrata soprattutto dai nostri compagni di lotta che, una volta arrivati nelle stanze dei bottoni di chi governa e dirige, hanno pensato più al loro tornaconto personale e al prolungamento della carriera, che a portare avanti le aspirazioni giuste della gioventù, le stesse che hanno trasformato i valori morali in un portafoglio senza fondo da colmare al più presto.
Avevamo la determinazione dei puri e dei forti, abbiamo inventato l’amore senza paura, i sit in di protesta, la musica impegnata, la gioia delle piccole cose, la ribellione ai soprusi, la difesa del più debole ma ci siamo persi crescendo in una società materialista e reazionaria che, come l’araba fenice, è risorta dalle sue ceneri.
Con l’uscita dal mondo produttivo di noi figli del sessantotto, si chiude un’era che racconteremo ai nostri nipoti, sperando di non essere zittiti da una sbuffata o dalla frase “ancora con la storia del sessantotto…?”
Per concludere, non mi resta che chiedere scusa alle future generazioni a nome della mia, per non avervi potuto donare quel mondo migliore che sognavamo.

Roma, li 11 Febbraio 2010


Antonio Barcella

 

 
 

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Un articolo splendido che accomuna tanti sessantottini che, come te, credevano di cambiare il mondo e che, da questo mondo, sono stati schiacciati.
Credevamo in un'utopia? Forse sì, ma comunque credevamo in qualcosa!
Abbiamo sbagliato? Forse, certamente non abbiamo considerato che, per cambiare il mondo, dovevamo cambiare l'uomo, non come classe dirigente ma come modo di essere, di pensare, di vivere. In questo sì, abbiamo sbagliato! Certamente sul sessantotto saranno scritte tante cose ma forse tu ed io sappiamo che l'unica cosa di cui non parleranno è che fummo strumentati per fini ed ideali non nostri. Eravamo giovani ed è questa la nostra unica scusante.
Dei miei ideali e di ciò che ho fatto nella vita, come credo anche tu e la massa di quei giovani che scesero in piazza, non mi pento, l'unico rammarico, questo sì, è di non aver saputo arginare il mare di "fango" e d'ignoranza che ora ci circonda, di questo sì, devo chiedere perdono! (M.S. 18-2-2010)
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Ho letto attentamente le ..intenzioni dell’articolo, e credo che molti del 68 hanno riscontrato a distanza di tempo, gli stessi sentimenti, riguardo ad un periodo sicuramente unico della storia d’Italia e non solo. Con gli occhi di oggi, non saprei dire come sarebbero andate le cose senza il 68, …forse ci sarebbe stato un “72” o un “79” ..o chissà, forse niente, e magari ci si trovava ancora con l’alzarsi in piedi quando entrava l’insegnate, anziché picchiarlo, imparare Dante anziché Grande Fratello, scrivere temi anziché sms, parlare anziché chattare, incontrarsi anziché bloggarsi, l’osteria del sor mario, anziché i MacDonald, …. Guardo a quel periodo con gli occhi di oggi, e penso che qualcosa non sia andato come doveva, in molti credo abbiano esagerato nell’intento ideologico più che l’equità sociale, forzando serrature con quella violenza che ha impedito di capirsi bene nell’obiettivo da cercare/raggiungere. Non nascondo l’orrore,nel notare come molti attuali genitori del “68” crescono la propria prole, non ancora capaci di distinguere la differenza tra la necessaria crescita di tutti, e la maleducazione, e si offendono se l’insegnante del figlio cerca di spiegargli per l’ennesima volta che il cellulare in classe va spento...dimenticando che il “cellulare”, fa sempre male, …come quello che molti anni prima, li prelevava dalle rivolte e li portava via… la memoria, se non usata, è un gran pasticcio!! Tu caro Antonio, con mia gioia e vanto, non sei fra questi ultimi, e di sicuro alle nipotine, la prima cosa che avrai insegnato è ..forza Roma ..no scherzo.., la bellezza del rispetto, che sempre sa mettere sullo stesso piano, il valore della persona, ..a prescindere l’anno, il paese, il ruolo,….e grazie per averle condivise anche con noi. (S.G. 18-2-2010)
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Grazie per avermi regalato questo momento di riflessione su quello che è stato e quanto accade oggi, purtroppo. Condivido pienamente con te lo stato d’animo nei confronti del mondo del lavoro. ...Visti i tempi che corrono c’è da preoccuparsi) di venir messo in condizione di lasciare in maniera dignitosa. ... Quello lavorativo è solo uno degli aspetti decadenti di questo momento storico. Se pensiamo agli intrecci politico-mafiosi che detengono il potere con l’impunità di poter fare qualunque cosa per il proprio tornaconto a discapito della grande massa della popolazione. Sto pensando alle varie corruzioni nell’ambito della sanità pubblica o ai furbetti che pensano ad arricchirsi sulle disgrazie altrui. Ma la cosa che mi fa rodere di più è lo scempio che avviene nel mondo della scuola e della ricerca. In quelli cioè che dovrebbero essere i settori chiave per poter dare un futuro ai nostri figli. Mi verrebbe da pensare che non c’è speranza, ma occorre avere fiducia e impegnandosi anche con piccole cose (questo momento di riflessione ne è un esempio) faremo si che il futuro non sarà poi tanto nero come sembra. (M.G. 12-2-2010)